Oggi al cinemino
06/06/2026
15:00🐶🌍
17:30🌍
19:30🌍
21:30🌍
in programmazione questa settimana
  •  🇮🇹 Doppiato ITA
  •  🌍 Sottotitolato ITA
  •  🐶 Cinebau

Ci sono luoghi che sembrano costruiti per proteggere il privilegio dalla realtà del mondo. Nel sud della Francia, dentro una villa elegante immersa nella luce estiva, la famiglia Trousselard trascorre le vacanze coltivando l’illusione di un equilibrio raffinato, fatto di rituali borghesi, sicurezza economica e distanze sociali perfettamente codificate. Ma basta un incidente banale, quasi ridicolo nella sua casualità, perché quella superficie impeccabile inizi lentamente a incrinarsi. I rapporti tra i proprietari della villa e i custodi della tenuta si trasformano allora in una guerra sotterranea fatta di rancori, umiliazioni, desideri di rivalsa e manipolazioni reciproche. Ogni gesto quotidiano, ogni parola apparentemente innocua, comincia a caricarsi di tensione, mentre il confine tra commedia e crudeltà si fa sempre più instabile. Il film segue questa deriva con un tono inquieto e grottesco, osservando personaggi incapaci di riconoscere davvero l’umanità degli altri e continuamente impegnati a difendere il proprio posto nella gerarchia sociale. Sotto la leggerezza estiva e il tono da farsa corrosiva emerge il ritratto di una società ossessionata dalla classe, dall’apparenza e dal bisogno di dominio. Cordier mette in scena un microcosmo dove tutti sembrano recitare un ruolo: il grande avvocato progressista ma profondamente arrogante, l’ex attrice aggrappata alla propria immagine, i domestici che trasformano il risentimento in strategia di sopravvivenza, i figli che ereditano inconsapevolmente le stesse tensioni dei genitori. Nessuno appare davvero innocente e il film evita continuamente di offrire punti di vista rassicuranti. Più il conflitto cresce, più le relazioni si svuotano di autenticità, lasciando emergere un universo emotivo dominato dall’egoismo, dalla paura di perdere il controllo e dalla difficoltà di costruire legami che non siano basati sul potere. Anche gli spazi della villa, inizialmente luminosi e accoglienti, finiscono per assumere qualcosa di opprimente, quasi teatrale, come se ogni stanza custodisse una forma latente di violenza.

Gli attori costruiscono figure volutamente ambigue, incapaci di suscitare piena empatia ma irresistibili nel loro bisogno disperato di affermarsi sugli altri. Anche il tono oscilla continuamente tra il ridicolo e il tragico, lasciando che il film assuma la forma di una satira feroce sulla borghesia contemporanea e sulle sue contraddizioni più profonde. Ne emerge un racconto corale attraversato da un’inquietudine sottile, dove il privilegio non produce felicità ma soltanto nuove forme di paura, isolamento e conflitto.

Dom 7 Giu 19:00🌍
Mar 9 Giu 15:00🐶🇮🇹

Per Khaled il mare non è un luogo reale, ma un’immagine lontana, quasi mitologica. Esiste nei racconti, nei telefoni degli altri, nei frammenti di memoria legati a una madre che non ha mai conosciuto davvero. Quando la gita scolastica che dovrebbe finalmente portarlo davanti all’acqua si interrompe al checkpoint, per una questione burocratica tanto assurda quanto crudele, quel desiderio infantile si trasforma improvvisamente in qualcosa di più profondo: una ferita, una presa di coscienza, un bisogno ostinato di attraversare il confine che gli viene imposto. Da quel momento il film segue il suo movimento inquieto dentro una terra frammentata, fatta di muri, controlli, strade percorse clandestinamente e identità continuamente negate. Parallelamente, il padre Rihbi vaga alla sua ricerca, anch’egli sospeso in una condizione precaria, invisibile, costretto a esistere ai margini di uno spazio che non sembra volerlo accogliere.

Shai Carmeli-Pollak costruisce un racconto che conserva la semplicità dello sguardo infantile pur lasciando emergere, in ogni dettaglio, il peso politico della realtà. Il mare diventa allora molto più di una meta: è la promessa di una libertà mai sperimentata, il simbolo di qualcosa che dovrebbe essere naturale e invece appare irraggiungibile. Il film evita il tono apertamente didascalico e preferisce lavorare sull’accumulo silenzioso delle umiliazioni quotidiane, sui piccoli ostacoli burocratici che lentamente deformano l’esistenza delle persone. Tutto è attraversato da un senso di precarietà continua: i personaggi sembrano muoversi in un mondo dove anche il gesto più semplice, prendere un autobus, attraversare una strada, inseguire un sogno minuscolo può trasformarsi in un atto di resistenza.

L’approccio del regista risente profondamente del suo passato documentaristico e del dialogo evidente con certo cinema iraniano e neorealista. Muhammad Gazawi, al suo esordio, porta sullo schermo una presenza straordinariamente concreta: il suo Khaled non è un simbolo astratto, ma un adolescente pieno di rabbia, paura e desiderio. Attorno a lui, il film costruisce una tensione costante tra innocenza e oppressione, tra il bisogno elementare di vedere il mare e la violenza invisibile delle frontiere. È proprio questa sproporzione, tra la semplicità del desiderio e la durezza del mondo, a rendere il film così emotivamente devastante.

Sab 6 Giu 19:30🌍

Ci sono incontri che sembrano aprire una ferita prima ancora di diventare una storia. Quando Rosa Lazar viene ritrovata in fin di vita ai margini della periferia di Perugia, il suo corpo appare come qualcosa di estraneo al mondo che la circonda: troppo giovane, troppo fragile, quasi inconsapevole della violenza attraversata. Attorno a lei si raccolgono figure diverse, ciascuna attratta dalla ragazza per motivi che lentamente si confondono tra compassione, ossessione e bisogno personale di salvezza. La sostituta procuratrice che cerca di ricostruire il caso, lo psicologo chiamato a seguirla durante la convalescenza, le persone che gravitano intorno alla struttura protetta dove Rosa viene ospitata: tutti sembrano proiettare su di lei desideri, paure e interrogativi che vanno ben oltre l’indagine giudiziaria. Ma Rosa continua a restare indecifrabile, sospesa tra innocenza e reticenza, presenza concreta e mistero irrisolto. Il film attraversa luoghi molto diversi, l’Umbria silenziosa e nebbiosa, gli ambienti istituzionali, le periferie segnate dallo sfruttamento, fino ai margini dell’Europa orientale, mantenendo costantemente una sensazione di inquietudine sommersa. Francesca Archibugi costruisce una storia dove nulla appare mai completamente chiaro e dove il dolore assume forme elusive, difficili da nominare. Al centro non c’è soltanto il racconto della violenza subita da Rosa, ma soprattutto il modo in cui gli adulti cercano disperatamente di interpretarla, di darle un significato, forse persino di usarla per riempire i propri vuoti emotivi. Il film parla allora di vulnerabilità, manipolazione, desiderio di controllo, ma anche della difficoltà di comprendere davvero chi ci sta davanti senza trasformarlo in una proiezione dei nostri bisogni. Tutto rimane costantemente attraversato da una tensione ambigua, come se ogni personaggio si muovesse dentro un territorio morale instabile.

Jasmine Trinca, Michele Riondino e gli altri interpreti costruiscono personaggi emotivamente fragili, spesso incapaci di distinguere il desiderio di aiutare da quello di possedere o comprendere fino in fondo l’altro. Ma è soprattutto Rosa a dominare il film con la sua presenza opaca e sfuggente, mai ridotta a semplice vittima o simbolo. Ne nasce un racconto inquieto e irregolare, che utilizza il mistero non tanto per creare suspense quanto per interrogare il bisogno umano di dare ordine a ciò che, forse, ordine non può avere.

Dom 7 Giu 17:00🇮🇹
Mar 9 Giu 21:00🇮🇹

Per Raúl, regista affermato ma da tempo incapace di trovare una nuova storia da raccontare, la vita sembra essersi fermata in una zona d’ombra fatta di dubbi, ricordi e inquietudini mai del tutto elaborate. Quando una delle persone più importanti della sua quotidianità decide di allontanarsi, lasciandolo improvvisamente solo con sé stesso e con il proprio blocco creativo, Raúl prova a ritrovare un senso tornando a scrivere. Ma come spesso accade agli artisti, l’ispirazione non nasce dal nulla: affonda le radici nelle relazioni, negli affetti e nelle ferite che abitano la realtà. Mentre prende forma una nuova sceneggiatura, i confini tra vita vissuta e finzione diventano sempre più sfumati, trasformando il processo creativo in un viaggio emotivo attraverso desideri, paure e fragilità che non possono più essere ignorati.

Più che raccontare una crisi artistica, Amarga Navidad esplora il rapporto tra la creazione e la memoria, tra ciò che scegliamo di raccontare e ciò che continuiamo a nascondere. I personaggi sembrano muoversi dentro una rete di legami complessi, sospesi tra amore, perdita e bisogno di comprensione. La morte, il trascorrere del tempo e la difficoltà di accettare la trasformazione delle persone amate attraversano il film come presenze silenziose ma costanti. Pedro Almodóvar osserva questi sentimenti con uno sguardo intimo, trasformando la scrittura stessa in una forma di ricerca esistenziale, in cui ogni storia raccontata finisce inevitabilmente per rivelare qualcosa di chi la inventa.

Attraverso colori vibranti, ambienti ricchi di contrasti e personaggi che sembrano portare sulla pelle le emozioni del loro autore, Almodóvar torna a riflettere sui temi che attraversano gran parte del suo cinema. Ma qui lo fa con una tonalità più malinconica, quasi contemplativa, interrogandosi sul significato della creazione artistica quando il tempo comincia a pesare sulla memoria e sul corpo. Il risultato è un’opera stratificata, in cui realtà e immaginazione si rincorrono continuamente, dando forma a una riflessione profonda sulla vulnerabilità, sul desiderio e sul bisogno umano di lasciare una traccia di sé attraverso le storie.

Antonio ed Estrella sono fratello e sorella, legati da una vita trascorsa a guardare il mare come un luogo di lavoro, di sopravvivenza e di appartenenza. Nelle acque del sud della Spagna hanno imparato a conoscersi, a proteggersi e a dipendere l’uno dall’altra molto più di quanto siano disposti ad ammettere. Quando una situazione sempre più difficile mette in discussione il fragile equilibrio delle loro esistenze, i due si trovano costretti a compiere scelte che li trascinano fuori dalla routine quotidiana e li obbligano a confrontarsi con paure, desideri e ferite rimaste aperte per anni. Mentre il mare continua a rappresentare l’unico luogo in cui tutto sembra avere ancora un ordine, sulla terraferma ogni certezza comincia lentamente a vacillare.

Al centro del film c’è il rapporto intenso e contraddittorio tra due persone che si amano profondamente ma che, proprio per questo, faticano a lasciarsi andare. Antonio vive attraverso l’istinto e l’impulso, inseguendo continuamente una forma di riscatto che sembra sfuggirgli; Estrella, più silenziosa e razionale, porta dentro di sé il peso di un passato che continua a influenzare ogni scelta. Alberto Rodríguez osserva questa relazione come una forza capace tanto di sostenere quanto di imprigionare, trasformando il legame familiare in una riflessione sul bisogno di appartenenza, sul senso di responsabilità e sulla difficoltà di emanciparsi dalle persone che definiscono la nostra identità.

Con la sua fotografia attraversata dalla luce del porto, dagli spazi industriali e dall’immensità del mare aperto, il film costruisce un’atmosfera tesa e malinconica in cui il noir si intreccia costantemente al melodramma. Rodríguez dirige i suoi protagonisti con straordinaria sensibilità, lasciando che siano i corpi, gli sguardi e i silenzi a raccontare ciò che le parole non riescono a esprimere. Ne nasce un’opera intensa e profondamente umana, che utilizza il genere per parlare di affetti, fragilità e del prezzo che spesso siamo disposti a pagare per chi amiamo.

Ci sono estati che sembrano non finire mai, sospese tra il desiderio di diventare adulti e la paura silenziosa di restare intrappolati nello stesso luogo per sempre. Nell’est della Francia, tra laghi artificiali, fabbriche ormai spente e periferie che portano addosso le tracce di un benessere scomparso, Anthony attraversa l’estate del 1992 con l’inquietudine confusa dei suoi quattordici anni. Le giornate scorrono lente, dominate dalla noia, dall’alcol, dal bisogno costante di impressionare gli altri e di sentirsi finalmente visti. Poi arriva Steph, più grande, irraggiungibile, capace di trasformare improvvisamente il desiderio in ossessione. Attorno a loro si muovono famiglie consumate dalla frustrazione, amicizie che nascondono rivalità profonde, ragazzi che crescono troppo in fretta dentro un mondo dove il futuro sembra già deciso in partenza. Da un piccolo gesto impulsivo nasce una catena di tensioni che accompagnerà Anthony negli anni successivi, intrecciando la sua vita a quella di Hacine, ragazzo di origine nordafricana con cui il conflitto personale finisce presto per riflettere qualcosa di più ampio e doloroso. Il film osserva la provincia francese come un luogo immobile e insieme febbrile, dove ogni relazione appare segnata dalla classe sociale, dal risentimento e dalla sensazione di non avere vie di fuga. I corpi dei ragazzi occupano continuamente lo spazio, motorini, feste improvvisate, spiagge affollate, strade deserte percorse di notte, ma dentro quell’energia adolescenziale si avverte già una malinconia profonda, quasi una consapevolezza precoce della disillusione. I Boukherma raccontano il passaggio all’età adulta come un processo lento e brutale, fatto di desideri frustrati, rabbia trattenuta e improvvise esplosioni di violenza. La provincia diventa così un paesaggio emotivo segnato dall’assenza di prospettive, dove anche l’amore assume spesso la forma di qualcosa di incompiuto o impossibile da trattenere. Sullo sfondo resta costante il peso di un’eredità sociale che sembra determinare tutto: le possibilità economiche, il modo di amare, perfino la libertà di immaginare un’esistenza diversa.

Ludovic e Zoran Boukherma costruiscono il racconto con uno sguardo fisico e sensoriale, lasciando che siano soprattutto gli ambienti, i volti e le tensioni silenziose a definire il ritmo del film.  Paul Kircher interpreta Anthony con una vulnerabilità inquieta, fatta di slanci improvvisi e momenti di totale smarrimento, incarnando perfettamente quella sensazione adolescenziale di sentirsi continuamente fuori posto. Ne nasce un romanzo di formazione cupo e malinconico, attraversato dalla percezione costante che crescere significhi spesso imparare troppo presto quanto il mondo possa essere duro, ingiusto e incapace di mantenere le promesse fatte alla giovinezza.

Lun 8 Giu 17:00🌍
Mer 10 Giu 21:00🌍

Yumiko convive da sempre con una sensazione difficile da spiegare, come se alcune assenze continuassero a vivere accanto a lei anche dopo essere diventate ricordo. Fin dall’infanzia il rapporto con la perdita ha segnato il suo modo di guardare il mondo, lasciandole dentro una domanda silenziosa che il tempo non è riuscito a cancellare. Quando un evento improvviso sconvolge la sua esistenza e la costringe a ricominciare lontano dalla città in cui è cresciuta, Yumiko si ritrova a cercare un equilibrio tra il presente che prova a costruire e un passato che continua a esercitare una misteriosa attrazione. In un piccolo villaggio affacciato sul mare, tra giornate scandite dal vento, dalla luce e dai gesti quotidiani, la donna affronta lentamente il difficile percorso della sopravvivenza emotiva.

Kore-eda racconta il dolore senza mai trasformarlo in spettacolo. Le emozioni si depositano negli spazi, negli oggetti, nelle pause tra una conversazione e l’altra. Il film non cerca spiegazioni rassicuranti né risposte definitive; preferisce osservare il modo in cui gli esseri umani convivono con ciò che non riescono a comprendere. La memoria diventa così una presenza concreta, quasi fisica, mentre il lutto assume la forma di una domanda destinata a rimanere aperta. Attraverso lo sguardo di Yumiko, Maborosi riflette sulla fragilità dell’esistenza, sull’impossibilità di trattenere chi se ne va e sulla necessità di continuare a vivere nonostante l’assenza.

Già nel suo esordio alla regia, Hirokazu Kore-eda dimostra una straordinaria maturità visiva. Ogni inquadratura sembra costruita per accogliere il silenzio e il tempo, trasformando il paesaggio in uno specchio dello stato interiore dei personaggi. La luce naturale, gli spazi aperti e la composizione rigorosa delle immagini conferiscono al film una dimensione quasi contemplativa. Il risultato è un’opera di rara delicatezza, capace di trasformare il dolore in esperienza poetica e di raccontare il mistero della perdita con una grazia che continua a risuonare molto tempo dopo la fine della visione.