05/10/2026
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Di notte, sui tetti di Tel Aviv, ventiquattro voci anonime raccontano dall’interno il funzionamento di un apparato militare e tecnologico impiegato nelle operazioni israeliane a Gaza dopo il 7 ottobre 2023. Sono membri dell’intelligence e dell’esercito, intervistati con volti e identità protetti, e le loro testimonianze ricostruiscono una catena fatta di sorveglianza, intercettazioni, raccolta di dati, sistemi automatizzati e individuazione degli obiettivi. Non c’è un protagonista individuale: il vero personaggio di NAZA è il sistema stesso, osservato attraverso coloro che ne hanno occupato ruoli diversi e che descrivono il proprio lavoro con gradi differenti di distanza, disagio o consapevolezza. Al centro emerge anche il termine che dà il titolo al film, utilizzato nell’apparato d’intelligence per indicare il numero previsto di vittime civili associato a un attacco: una parola tecnica che rivela quanto il linguaggio della guerra possa trasformare la vita umana in una variabile del calcolo.
Yuval Abraham e Rachel Szor trasformano così anni di giornalismo investigativo in un racconto cinematografico sulla distanza fra una decisione e le sue conseguenze. Le testimonianze procedono per accumulo, aggiungendo ogni volta un elemento alla ricostruzione di una macchina nella quale l’individuo può percepirsi come un piccolo ingranaggio. La questione non riguarda soltanto la tecnologia, ma il modo in cui dati, procedure e numeri possono modificare la percezione di chi si trova dall’altra parte dello schermo. Il film osserva la progressiva traduzione delle persone in informazioni operative e interroga il rapporto fra responsabilità individuale, obbedienza e struttura collettiva, lasciando emergere una domanda più ampia: come può un sistema rendere ordinaria un’azione dalle conseguenze tanto estreme? La scelta visiva è radicalmente essenziale. I tetti di Tel Aviv, ripresi nella notte, diventano il luogo fisico e simbolico delle conversazioni: sullo sfondo una città illuminata continua la propria vita quotidiana, mentre nelle voci degli intervistati prende forma il racconto di ciò che accade a Gaza. Finestre accese, televisori e frammenti della vita domestica costruiscono un controcampo silenzioso alle testimonianze. Gaza rimane in gran parte fuori dall’immagine e proprio questa assenza acquista forza: la violenza viene evocata attraverso parole, silenzi e informazioni, senza affidarsi allo shock delle immagini di distruzione. I volti oscurati e le voci alterate accentuano inoltre la sensazione di trovarsi davanti a una memoria collettiva più che a singole confessioni. Come spiegano gli stessi registi, il film vuole interrogare non soltanto ciò che viene detto, ma anche ciò che rimane non detto, facendo del silenzio una parte essenziale della sua messa in scena.
Nato dalle inchieste realizzate negli ultimi anni da The Guardian, +972 Magazine e Local Call, NAZA porta nel cinema la materia del giornalismo investigativo senza rinunciare alla complessità delle testimonianze anonime. Dopo No Other Land, Yuval Abraham e Rachel Szor spostano lo sguardo dalla realtà osservata nei territori palestinesi alla società israeliana e agli apparati che operano a distanza. Il risultato è un documentario costruito sulla sottrazione: pochi luoghi, nessuna spettacolarizzazione, molte voci e una città che continua a brillare sullo sfondo. Presentato in concorso alla Mostra di Venezia 2026, dove ha ricevuto il Premio Speciale della Giuria, il film trasforma il buio dei tetti di Tel Aviv in uno spazio di ascolto e confronto, interrogando il rapporto fra tecnologia, potere e responsabilità attraverso ciò che gli uomini raccontano e ciò che ancora faticano a dire.
Leo è un produttore musicale che vive isolato nel proprio appartamento-studio, tormentato da un dolore alla schiena che limita i suoi movimenti e lo costringe a trascorrere gran parte del tempo in casa. La sua routine cambia quando incontra Anne, fisioterapista che si prende cura di lui a domicilio. Quello che nasce come un rapporto professionale si trasforma lentamente in una relazione sentimentale intensa e ambigua, nella quale il bisogno di vicinanza si confonde con quello di essere accuditi. La fragilità fisica di Leo diventa parte stessa del rapporto, mentre la dipendenza dagli antidolorifici rende sempre più incerto il confine fra cura, desiderio e controllo. Nello stesso appartamento Leo lavora al ritorno sulle scene di Ava May, celebre cantante che da tempo si è ritirata dalla musica. La sua voce attraversa le stanze e riporta nel presente qualcosa che appartiene al passato, diventando una presenza capace di modificare gli equilibri fra i personaggi.
Andrea Pallaoro costruisce una storia d’amore fatta di avvicinamenti, separazioni e ritorni, nella quale Leo e Anne sembrano incapaci tanto di lasciarsi quanto di liberarsi l’uno dell’altra. L’appartamento diventa progressivamente molto più di un semplice luogo: è uno spazio chiuso nel quale gesti, ricordi e sentimenti sembrano ripetersi, come se ogni stanza conservasse le tracce delle relazioni che l’hanno attraversata. Il dolore fisico di Leo si intreccia a una sofferenza emotiva più profonda, mentre il rapporto mette continuamente in discussione la differenza fra amore e dipendenza, intimità e possesso. La presenza di Ava introduce una dimensione legata alla memoria e al tempo: la sua voce attraversa l’ambiente e sembra appartenere contemporaneamente al presente e a qualcosa che non è più possibile trattenere.
La scelta di concentrare la vicenda in un unico ambiente porta Pallaoro a costruire un film da camera nel quale corpi, distanze e movimenti nello spazio diventano fondamentali. Le stanze vengono esplorate lentamente, mentre la ripetizione di gesti e situazioni crea la sensazione di un tempo sospeso, nel quale passato e presente finiscono per sovrapporsi. La musica di Clément Ducol e la voce di Susan Sarandon contribuiscono a trasformare l’appartamento in uno spazio attraversato da presenze, ricordi e desideri.
The Echo Chamber nasce dall’ultima sceneggiatura di Bernardo Bertolucci, scritta insieme a Ilaria Bernardini e Ludovica Rampoldi, e rappresenta per Pallaoro il primo film tratto da una sceneggiatura che non aveva ideato personalmente. Luca Marinelli, Alicia Vikander e Susan Sarandon danno corpo a tre presenze che abitano lo stesso spazio in modi diversi, mentre la regia trasforma l’appartamento in un paesaggio interiore. Tra amore, dolore e dipendenza, il film racconta così il fragile confine fra il bisogno dell’altro e la possibilità di esserne prigionieri.
Durante il viaggio di nozze a Los Robles, cittadina immaginaria sul confine tra StatiUniti e Messico, Miguel “Mike” Vargas e la moglie Susan assistono all’esplosione di un’automobile. Vargas, funzionario messicano impegnato nella lotta al narcotraffico, decide di seguire le indagini, mentre Susan rimane sempre più sola in una città che, con il calare della notte, si trasforma in un labirinto di motel, locali, strade periferiche e posti di frontiera. A occuparsi del caso è Hank Quinlan, capitano della polizia americano dalla lunga carriera, corpulento e claudicante, considerato un investigatore infallibile per la capacità di individuare i colpevoli attraverso il proprio intuito. Tra i due uomini nasce presto una profonda distanza: Vargas crede nelle prove e nel rispetto della legge, Quinlan è convinto che l’esperienza gli permetta di riconoscere la verità prima ancora che esistano gli elementi per dimostrarla. Quando un giovane messicano diventa il principale sospettato e gli indizi sembrano comparire con una precisione quasi sospetta, Vargas comincia a dubitare dei metodi del collega e della reputazione costruita in anni di servizio. La ricerca della verità porta Vargas dentro un mondo nel quale polizia e criminalità, autorità e intimidazione, vita pubblica e privata finiscono per confondersi. Mentre l’indagine si complica, anche Susan viene trascinata nel conflitto attraverso le manovre di “Uncle” Joe Grandi, esponente di una famiglia legata al narcotraffico che vede in Vargas un ostacolo da eliminare. La minaccia entra così nella vita della coppia, mentre Pete Menzies, storico collaboratore di Quinlan, comincia a confrontarsi con il lato più inquietante dell’uomo che ha sempre seguito e ammirato. Il conflitto tra Vargas e Quinlan diventa allora qualcosa di più di una semplice rivalità tra investigatori: è lo scontro fra due idee opposte di giustizia. Per Vargas la legge deve fondarsi sui fatti; per Quinlan la convinzione di avere individuato un colpevole sembra poter giustificare qualsiasi mezzo. In questa zona grigia, dove le prove possono essere cercate ma anche manipolate, Welles racconta la corruzione come una deformazione dell’autorità e la fedeltà come una scelta morale sempre più difficile.
Orson Welles filma la frontiera come un luogo fisico e insieme interiore, attraversatoda automobili, lingue, merci, criminali e poliziotti, dove ogni confine sembra destinatoa diventare incerto. La celebre apertura segue in un unico movimento l’automobile con la bomba fino all’esplosione, trasformando le strade della città nel cuore stesso della suspense. La fotografia in bianco e nero esaspera prospettive, ombre e profondità, mentre la musica jazz si mescola ai rumori della notte e ai suoni provenienti dai locali. Dentro questo paesaggio inquieto trovano spazio anche la vulnerabilità di Janet Leigh, la fedeltà tormentata di Joseph Calleia e la presenza malinconica di Marlene Dietrich, nei panni di Tana, vecchia conoscenza di Quinlan. Nato da Badge of Evil di Whit Masterson e profondamente riscritto da Welles, il film porta il noir verso una dimensione visionaria, fisica e quasi allucinata, nella quale la città sembra riflettere la confusione morale dei suoi abitanti. Ultimo lungometraggio hollywoodiano di Welles, L’infernale Quinlan rimane così un viaggio notturno dentro una frontiera dove nulla è davvero separato: la legge dalla violenza, il sospetto dalla certezza, la verità da ciò che qualcuno decide di far apparire vero.
Venerdì 2 ottobre al termine della proiezione Marco Bechis incontrerà il pubblico.
Modera Giuseppe Paternò Raddusa
Buenos Aires, 2008. Dopo trentatré anni trascorsi in Italia, Mariano Guerra torna in Argentina per testimoniare al processo contro gli ex militari che lo sequestrarono, torturarono e tennero prigioniero durante la dittatura. Medico, ormai lontano dal Paese e dalla vita di allora, Mariano si ritrova insieme ad altri sopravvissuti negli alloggi del Ministero della Giustizia, in attesa di una deposizione che sembra non arrivare mai. Ma l’attesa è già un ritorno: nei volti di chi ha condiviso la prigionia, nei luoghi che riaffiorano dalla memoria, nei gesti più ordinari, il passato comincia lentamente a occupare il presente. Tornare a Buenos Aires significa così avvicinarsi di nuovo a una parte di sé che Mariano ha cercato per decenni di lasciare indietro. Per lui, però, ricordare non significa soltanto confrontarsi con la violenza subita. Durante la prigionia è stato costretto a collaborare con i propri carcerieri, trascinato dentro quel sistema di ricatto e assoggettamento con cui la repressione trasformava le vittime in strumenti della propria macchina. È una zona d’ombra che il film non cerca di semplificare: Mariano è un sopravvissuto, ma porta con sé anche la vergogna e il senso di colpa per ciò che fu costretto a fare. Il processo diventa allora qualcosa di più di un atto giudiziario. È il luogo in cui una memoria privata, frammentaria e dolorosa, cerca di diventare testimonianza pubblica, mentre il protagonista si misura con la domanda più difficile: che cosa significa essere rimasti vivi?
Marco Bechis racconta questo ritorno attraverso silenzi, volti, attese e spazi apparentemente ordinari che la memoria trasforma in luoghi della storia. Il passato non viene spiegato, ma riaffiora per frammenti, attraverso una narrazione che mette in comunicazione presente e ricordo e lascia che sia il corpo di Mariano a rivelare ciò che le parole non riescono a dire. La violenza non è spettacolarizzata: ciò che interessa al regista è la sua persistenza, il modo in cui continua ad agire nella mente, nelle relazioni e nella percezione di sé molto tempo dopo la fine della prigionia.
A quasi trent’anni da Garage Olimpo, Bechis torna dunque alla ferita della dittatura argentina da una prospettiva diversa: non più il funzionamento quotidiano della repressione, ma ciò che accade a chi ne è uscito vivo. Pur nascendo da una vicenda storica intimamente legata all’esperienza del regista, Mariano non è un alter ego di Bechis, ma un personaggio costruito anche attraverso le testimonianze di altri sopravvissuti. Adriano Giannini ne restituisce la fragilità con un’interpretazione trattenuta, tutta giocata sulla presenza fisica e sui silenzi. Girato tra Torino e Porto Alegre, il film costruisce così una Buenos Aires mentale, fatta di luoghi reali e ricordi che continuano a chiedere di essere attraversati.
Ingresso gratuito
In occasione della Giornata Mondiale della Salute Mentale, un appuntamento dedicato a cinema, calcio, inclusione e lotta allo stigma, realizzato in collaborazione con Crazy for Football e inserito nel palinsesto di Milano 4 Mental Health 2026.
La serata prende il via con una conversazione sul cinema come spazio capace di raccontare la diversità, mettere in discussione gli stereotipi e dare voce a storie spesso invisibili, per poi lasciare spazio alla proiezione di The Madmen Coach, documentario italo-senegalese diretto da Carlo Liberatore(Italia/Senegal, 2025, 57’).
Girato tra Dakar e l’Italia, il film racconta la storia di Malick Biteye, allenatore che in Senegal forma una squadra di calcio composta da giovani con problemi di salute mentale. In un contesto segnato da povertà ed emarginazione sociale, il calcio diventa uno spazio di espressione, relazione e appartenenza. Il documentario segue i ragazzi nella loro quotidianità, tra allenamenti, vita comunitaria e sfide personali, fino al viaggio in Italia, dove realizzano il sogno di giocare una partita internazionale. Una storia che nasce dall’esperienza di Crazy for Football, la Nazionale italiana di calcio a 5 per la Salute Mentale, e che racconta attraverso lo sport la possibilità di costruire relazioni, combattere lo stigma e restituire dignità e visibilità a chi vive ai margini.
A introdurre e accompagnare la proiezione saranno Santo, il CT Enrico Zanchini ed Enrico Manzini, capitano non giocatore di Crazy for Football fin dalla sua fondazione. Zanchini e Santo hanno seguito in Senegal la nascita della Nazionale e il percorso che ha portato alla realizzazione del documentario; Manzini, tra i protagonisti di Crazy for Football, ha partecipato alla partita di Roma contro la Nazionale senegalese, il momento verso cui The Madmen Coach conduce il proprio racconto e con cui il film si chiude.
Una serata per guardare al cinema non solo come luogo di proiezione, ma come spazio di incontro, ascolto e costruzione di nuovi immaginari, capace di raccontare la salute mentale partendo dalle persone, dalle loro storie e dalle loro possibilità.





