15/01/2026
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Tre incontri, tre momenti di vicinanza imperfetta, tre tentativi di colmare una distanza che il tempo ha reso familiare. Father Mother Sister Brother segue figli ormai adulti che si ritrovano a condividere spazi e silenzi con genitori e fratelli, in contesti diversi ma emotivamente affini. Non ci sono conflitti esplosivi né grandi rivelazioni: solo conversazioni interrotte, gesti minimi, una presenza che pesa più per ciò che non viene detto che per ciò che viene espresso.
Il film osserva le relazioni familiari come territori fragili, attraversati da affetto, ironia e una malinconia sottile. Il ritmo è lento, discreto, capace di lasciare spazio all’imbarazzo, alla tenerezza improvvisa, a quel senso di sospensione che accompagna gli incontri importanti ma irrisolti. Jarmusch guarda i suoi personaggi senza giudicarli, cogliendo l’assurdo e il comico che emergono naturalmente dalla quotidianità.
Con il suo stile essenziale e riconoscibile, Jim Jarmusch costruisce un cinema fatto di sottrazione, dove ogni inquadratura sembra ascoltare più che mostrare. La fotografia naturale, i dialoghi asciutti e il lavoro misurato degli attori restituiscono una sensazione di autenticità rara. Father Mother Sister Brother è un film che non cerca di spiegare i legami familiari, ma li osserva nel loro essere incompleti, imperfetti, e proprio per questo profondamente umani.
Tratto dal libro “The Nazi and the Psychiatrist” di Jack El-Hai
All’indomani della Seconda guerra mondiale, in una Germania ferita e silenziosa, Douglas Kelley è chiamato a svolgere un compito che non ha precedenti. Psichiatra dell’esercito americano, deve osservare e valutare la mente degli uomini che hanno incarnato il potere assoluto del regime nazista, ora rinchiusi in celle spoglie, privati di ogni simbolo di autorità. Nel tempo sospeso che precede il processo, Kelley si confronta con figure capaci di alternare lucidità, arroganza e un’inquietante normalità quotidiana. Tra queste, Hermann Göring emerge come una presenza ingombrante, magnetica, capace di trasformare ogni colloquio in un sottile duello psicologico.
Norimberga sceglie uno sguardo trattenuto, lontano dalla retorica del grande evento storico. Il film si muove in spazi chiusi, scanditi da attese, silenzi, domande che restano aperte. Più che raccontare il processo, osserva ciò che accade prima: il peso morale che grava su chi deve comprendere senza giustificare, la fatica di guardare il Male da vicino senza ridurlo a follia o a mostruosità. È un cinema che lavora per accumulo emotivo, dove ogni parola detta — o evitata — contribuisce a incrinare certezze apparentemente solide.
La regia di James Vanderbilt è sobria, misurata, costruita su una tensione costante ma mai dichiarata. La fotografia fredda e composta restituisce l’atmosfera di un mondo che tenta di rimettere ordine dopo il crollo, mentre il lavoro degli attori si gioca tutto sulle sfumature, sull’ambiguità, sulla forza dello sguardo. Norimberga non offre risposte semplici, ma invita lo spettatore a sostare nella complessità, ricordando che la giustizia non nasce mai senza attraversare il dubbio.
La vita di Constanze e Jens è organizzata attorno a turni di lavoro che si incastrano a fatica, lasciando poco spazio alla condivisione. Lui guida un taxi di notte, lei passa i fine settimana in ufficio; i momenti insieme si consumano in brevi attraversamenti, spesso all’interno dell’auto, come se la famiglia fosse sempre in movimento, ma mai davvero ferma. Luis, il loro figlio, cresce in questo equilibrio precario, silenzioso e sensibile, portando con sé piccoli segni di unicità che il mondo esterno fatica ad accettare.
Il film segue questa quotidianità con uno sguardo discreto, attento alle fratture minime che attraversano le relazioni. About Luis non racconta un evento, ma una presa di coscienza lenta, fatta di gesti esitanti e di parole non dette. Al centro c’è il tema dell’identità, dello sguardo degli altri e del bisogno di protezione, ma anche la difficoltà degli adulti nel riconoscere e sostenere ciò che non rientra nelle aspettative sociali. La tensione emotiva resta sommersa, affidata ai silenzi e agli sguardi più che ai conflitti espliciti.
Lucia Chiarla costruisce una regia sobria e ravvicinata, che privilegia l’intimità e la verità dei momenti quotidiani. La macchina da presa accompagna i personaggi senza giudicarli, lasciando emergere le loro fragilità. Il lavoro degli attori è misurato, essenziale, inserito in un contesto contemporaneo che riflette sul concetto di normalità, sul ruolo della famiglia e sulla possibilità di accogliere la differenza come parte integrante dell’esperienza umana.
Un uomo e suo figlio attraversano il deserto marocchino inseguendo una traccia fragile, spinti da un’assenza che pesa più della distanza da percorrere. La loro ricerca li conduce ai margini di un rave, un luogo effimero dove corpi, musica e movimento creano una comunità temporanea, sospesa fuori dal tempo. Quello che inizia come un viaggio concreto si trasforma lentamente in un’esperienza più profonda, fatta di incontri, attese e smarrimento.
Sirat è un film che si lascia attraversare, più che seguire. Il ritmo è ipnotico, scandito dal paesaggio e dal suono, e il deserto diventa uno spazio interiore, un luogo in cui le certezze si sgretolano e le relazioni vengono messe alla prova. Il film parla di perdita, di legami tra generazioni, di fede e disorientamento, senza mai cercare spiegazioni esplicite. Ogni passo sembra avvicinare e allontanare allo stesso tempo, in un equilibrio fragile e necessario.
Lo sguardo di Oliver Laxe è radicale e sensoriale. La fotografia cattura la vastità e l’asprezza del paesaggio, alternando momenti di bellezza abbacinante a un senso costante di precarietà. Il lavoro con gli attori, spesso non professionisti, restituisce una presenza fisica e autentica, mai addomesticata. Sirat è un’esperienza cinematografica che chiede allo spettatore di perdersi, di ascoltare, di accettare l’incertezza come parte del cammino.
Una bambina osserva il mondo mentre la sua famiglia cerca di rimettere insieme i pezzi di una vita ricominciata. La mia famiglia a Taipei si muove tra le strade affollate della città e gli spazi ristretti della quotidianità, seguendo il ritorno di una madre single e delle sue figlie in un contesto che è insieme familiare e straniero. La madre affronta le difficoltà economiche lavorando in un mercato notturno, la sorella maggiore contribuisce come può, mentre la più piccola esplora la città con uno sguardo aperto e curioso, capace di cogliere ciò che agli adulti sfugge.
Il film racconta una famiglia che si adatta, giorno dopo giorno, a regole non sempre esplicite, a tradizioni che pesano sui gesti e sulle scelte. Il divieto imposto alla bambina, apparentemente semplice, diventa una presenza silenziosa che attraversa il quotidiano, rivelando il modo in cui le credenze e le aspettative si trasmettono da una generazione all’altra. Senza mai forzare il racconto, la narrazione si concentra sulle reazioni emotive dei personaggi, sui loro tentativi di restare uniti nonostante le pressioni esterne.
Taipei emerge come un organismo vivo: i mercati, le luci notturne, il rumore costante fanno da contrappunto alla dimensione intima della famiglia. Il film procede con un ritmo paziente, lasciando spazio ai silenzi e ai piccoli dettagli, e costruisce una sinossi fatta di osservazione e delicatezza. La mia famiglia a Taipei è il racconto di una crescita condivisa, in cui il cambiamento non arriva come rottura, ma come lento e inevitabile movimento.
Nei primi anni del Settecento, Venezia appare come una città sospesa, attraversata da acqua, luce e silenzi. All’interno dell’Ospedale della Pietà, uno dei più grandi orfanotrofi della città, la vita delle giovani ospiti è regolata da ordine, studio e rituali quotidiani. La musica occupa uno spazio centrale: disciplina rigorosa, linguaggio condiviso, unica forma di apertura verso l’esterno. Cecilia, violinista di raro talento, è cresciuta tra queste mura, affinando un’arte capace di dare forma ai suoi pensieri più profondi, ma confinata a un’esistenza invisibile, lontana dallo sguardo diretto del mondo.
Il film osserva questo microcosmo chiuso con un’attenzione paziente, lasciando che il tempo scorra secondo il ritmo delle prove, delle attese, delle stagioni. Primavera parla di formazione e di desiderio, di un’identità che prende corpo attraverso la musica, di una tensione silenziosa tra disciplina e aspirazione. I sentimenti non esplodono, ma vibrano sotto la superficie, come una melodia trattenuta, suggerendo un movimento interiore che precede qualsiasi mutamento visibile.
Lo sguardo di Damiano Michieletto è misurato e sensibile, attento ai dettagli dei corpi, degli spazi e dei suoni. La regia costruisce un equilibrio tra rigore formale e intimità emotiva, mentre la fotografia restituisce una Venezia fatta di chiaroscuri e riflessi, più interiore che monumentale. Il lavoro sugli interpreti privilegia l’ascolto e la presenza, dando forma a un racconto che interroga il rapporto tra arte e libertà, tra vocazione e destino, senza mai cedere alla spiegazione.
Carlobianchi e Doriano, due amici di mezza età con vite segnate da scelte sbagliate e sogni infranti, condividono una routine fatta di notti trascorse a cercare “l’ultimo bicchiere” nei bar della pianura veneta. In quel paesaggio piatto e malinconico, i due si muovono come fantasmi in cerca di un senso, di un momento di felicità autentica che sembra sempre sfuggire. Durante una di queste notti, incrociano Giulio, uno studente di architettura dall’animo timido e incerto, alla ricerca di una propria strada tra incertezze esistenziali e sentimenti nascosti. Il loro incontro è l’inizio di un viaggio di crescita e scoperta: Carlobianchi e Doriano, con il loro cinismo e la loro umanità, diventano per Giulio guide imprevedibili, capaci di mostrargli come l’amore, l’amicizia e la speranza possano nascondersi negli angoli più inaspettati.
Il film si presenta come una riflessione dolceamara sulla condizione umana e sull’idea di riscatto. Attraverso dialoghi intensi, situazioni apparentemente banali e momenti di profonda introspezione, la pellicola racconta un’Italia meno nota, quella delle periferie, delle strade silenziose, delle vite che si perdono e si ritrovano nella monotonia. La pianura diventa così simbolo di orizzonte e limite insieme: uno spazio dove i personaggi si confrontano con il passato e guardano al futuro, mettendo in scena le contraddizioni del desiderio e della memoria.
Con un tono a tratti ironico, a tratti malinconico, Le città di pianura è un viaggio emotivo che invita a riscoprire il valore degli incontri e la forza delle piccole cose, in un mondo che spesso sembra dimenticare i suoi confini più fragili.
Info e iscrizioni: https://www.longtake.it/it/corsi-e-webinar/focus-on-billy-wilder
Seminario sul regista, brunch con il critico e proiezione di un film importante!
Un nuovo format targato longtake che comprende un’intera giornata dedicata a… un nome importantissimo della storia del cinema!
Un seminario di cinema dedicato a Billy Wilder, un regista indimenticabile capace di muoversi magistralmente tra i generi: spesso identificato come regista di commedie, non ha mai mancato un tocco autoriale e una visione graffiante e cinica della realtà hollywoodiana e statunitense.
Una carriera lunga e ricca, lungo la quale ha conquistato 5 Premi Oscar, un Leone d’oro e un Orso d’oro.
Ripercorreremo una carriera costellata di titoli eccellenti come La fiamma del peccato, L’appartamento, Irma la dolce, A qualcuno piace caldo, Prima pagina, Giorni perduti e il capolavoro Viale del tramonto.
Vi aspettiamo quindi per un’intera giornata, in programma domenica 18 gennaio, dedicata a Billy Wilder e divisa in tre appuntamenti: la mattina, dalle 10 alle 13, un seminario dedicato al cinema del regista, in cui verranno analizzate le sue pellicole attraverso la visione di sequenze fondamentali, arricchendo il seminario con interpretazioni relative a una delle filmografie che ha scolpito la storia del cinema.
A seguire, dalle 13 alle 14, un “brunch con il critico”, per continuare a chiacchierare e discutere insieme del regista protagonista della giornata.
Dopo pranzo, alle 14.30 la proiezione di Viale del tramonto
Il prezzo del biglietto comprende l’intero pacchetto: seminario, brunch e proiezione!




