Oggi al cinemino
20/05/2026
14:30🐶🇮🇹
17:00🌍
19:00🌍
21:30🌍
in programmazione questa settimana
  •  🇮🇹 Doppiato ITA
  •  🌍 Sottotitolato ITA
  •  🐶 Cinebau

Nel cuore di un sistema che dovrebbe garantire ordine e giustizia, esistono zone d’ombra in cui la verità si fa fragile, sfuggente. Stéphanie si muove proprio in questo spazio, sospesa tra il dovere professionale e una crescente inquietudine personale. L’indagine che le viene affidata non è solo un caso da ricostruire, ma una realtà che si insinua lentamente nella sua coscienza, mettendo in discussione certezze e appartenenze. La storia prende forma a partire da un evento preciso, ma ciò che emerge è soprattutto il modo in cui questo evento si riflette negli sguardi, nei silenzi, nelle resistenze di chi ne è coinvolto. Stéphanie osserva, ascolta, raccoglie frammenti, ma ogni risposta sembra aprire nuove domande. Il film costruisce un’atmosfera tesa e trattenuta, in cui la verità non è mai pienamente accessibile, ma sempre mediata da prospettive parziali e interessi contrastanti. Il ritmo è controllato, quasi metodico, e accompagna lo spettatore in un processo di avvicinamento progressivo, fatto di dettagli e sfumature più che di rivelazioni. Al centro emerge una riflessione sulla responsabilità, sulla difficoltà di mantenere uno sguardo etico in un contesto che tende a proteggere se stesso. Ma è anche un racconto intimo, che esplora il peso emotivo del dubbio e la solitudine di chi sceglie di non voltarsi dall’altra parte.

Dominik Moll adotta una regia sobria, rigorosa, che evita ogni enfasi per concentrarsi sull’essenziale. La messa in scena privilegia gli spazi chiusi, gli uffici, i luoghi istituzionali, trasformandoli in ambienti carichi di tensione latente. Il lavoro degli attori si muove su un registro di grande precisione, restituendo personaggi complessi, mai riducibili a una sola dimensione. Il film si inserisce in una tradizione del cinema europeo attento alle dinamiche sociali e politiche, ma lo fa mantenendo uno sguardo profondamente umano, interessato più alle conseguenze interiori che agli eventi in sé. Ne nasce un’opera che interroga, con lucidità e discrezione, il rapporto tra verità, potere e coscienza individuale.

Mer 20 Mag 21:30🌍

Fatima ha diciassette anni, vive con la sua famiglia nella periferia parigina e cresce all’interno di un sistema di valori chiaro, definito, apparentemente stabile. È la più giovane di tre sorelle, osserva, assorbe, si muove tra scuola, casa e momenti di libertà che hanno sempre qualcosa di provvisorio. Ama il calcio, rifiuta certi codici di femminilità, ma soprattutto coltiva un rapporto profondo e sincero con la propria fede. Questo equilibrio, già fragile, si incrina quando Fatima si accorge che il suo desiderio non coincide con ciò che le è stato insegnato ad accettare. Il film segue il suo percorso senza forzature, accompagnandola nei piccoli spostamenti che segnano un cambiamento più grande: nuove amicizie, prime esperienze, il confronto con ambienti diversi, fino all’ingresso in uno spazio più aperto come quello universitario. Non c’è una rottura netta, ma una trasformazione graduale, fatta di tentativi, contraddizioni, momenti di slancio e improvvisi ripiegamenti. Il cuore del racconto è tutto lì, in questa oscillazione continua tra appartenenza e libertà, tra il bisogno di essere riconosciuta e quello di restare fedele a se stessa.

Hafsia Herzi adotta uno sguardo ravvicinato, quasi documentaristico, che restituisce con autenticità la dimensione quotidiana della protagonista.  L’interpretazione è centrale: il volto di Fatima diventa il luogo in cui si inscrive un conflitto complesso, mai semplificato, che parla di identità, desiderio e possibilità di trasformazione.

Mer 20 Mag 17:00🌍

La ricchezza estrema può trasformarsi in una forma di isolamento, in una distanza così vasta da rendere impossibile capire chi si avvicini per desiderio autentico e chi invece per interesse, fascinazione o bisogno. Marianne Farrère vive immersa in questo spazio rarefatto fatto di lusso, controllo e diffidenza, circondata da una corte silenziosa di collaboratori, domestici e familiari che sembrano conoscere ogni sua abitudine senza riuscire davvero a raggiungerla. La sua vita scorre dentro interni eleganti e rituali perfettamente codificati, finché l’incontro con Pierre-Alain, fotografo irriverente e imprevedibile, introduce qualcosa di improvvisamente instabile. Tra i due nasce un legame ambiguo e magnetico, alimentato dal desiderio di essere visti per ciò che si è davvero, al di là del denaro, del prestigio e delle maschere sociali. Ma attorno a quella relazione si addensano presto tensioni sotterranee, sospetti, segreti familiari e dinamiche di potere che trasformano ogni gesto di intimità in qualcosa di fragile e difficile da decifrare.

Thierry Klifa accompagna i suoi personaggi dentro un universo elegante e opaco, dove tutto sembra muoversi lentamente sotto la superficie delle cose. Le grandi case, i corridoi silenziosi, gli incontri mondani e i dettagli del lusso non diventano mai ostentazione, ma piuttosto il riflesso di una profonda solitudine emotiva. Il film osserva  il bisogno disperato di essere amati senza condizioni, la paura dell’abbandono e quel desiderio quasi infantile di fidarsi ancora di qualcuno nonostante tutto. Ogni relazione appare segnata da un equilibrio instabile tra protezione e controllo, sincerità e manipolazione, mentre i personaggi cercano continuamente un contatto umano che sfugge loro proprio nel momento in cui sembra più vicino.

Isabelle Huppert costruisce una figura insieme autorevole e vulnerabile, capace di far emergere tutta la fragilità nascosta dietro il potere e il controllo. La donna più ricca del mondo diventa così il ritratto di un universo in cui il desiderio di essere amati convive costantemente con la paura di non poter più distinguere la verità dalla messa in scena.

Mer 20 Mag 14:30🐶🇮🇹

Ci sono esistenze che sembrano costruite intorno a una voce, a un gesto creativo, alla possibilità di prendere posizione nel mondo attraverso l’arte. Per Derya e Aziz, quella voce coincide con il teatro, con la scena condivisa, con una vita trascorsa a trasformare tensioni intime e politiche in materia viva. Ma subito dopo la prima del loro nuovo spettacolo, qualcosa si spezza. Una comunicazione ufficiale, fredda e impersonale, irrompe nella loro quotidianità e cambia improvvisamente il modo in cui vengono guardati dagli altri, il posto che occupano nella società, perfino il modo in cui abitano il loro amore. Costretti a lasciare Ankara e a ricominciare a Istanbul, i due si muovono dentro una città enorme e inquieta che sembra amplificare ogni incertezza. Le giornate si riempiono di piccoli compromessi, silenzi inattesi, paure trattenute. Quello che fino a poco prima appariva stabile, il lavoro, il riconoscimento pubblico, la complicità reciproca, diventa qualcosa di fragile, da difendere continuamente. Il film accompagna questa trasformazione con uno sguardo sobrio ai dettagli minimi della vita quotidiana, lasciando che siano gli spazi e le attese a raccontare ciò che i personaggi non riescono più a dire apertamente. Istanbul appare come una città attraversata da una tensione sommersa, dove ogni incontro sembra portare con sé una forma di cautela e ogni possibilità di futuro resta sospesa. Ma al centro del racconto non c’è soltanto la pressione politica: c’è soprattutto la fatica di restare fedeli a sé stessi quando il mondo intorno cambia improvvisamente forma. Yellow Letters parla del legame tra amore e dignità, del bisogno di sentirsi ancora riconosciuti, della paura sottile che nasce quando la propria identità comincia lentamente a sgretolarsi.

Çatak costruisce il film con una sensibilità trattenuta, evitando ogni enfasi e lasciando emergere le emozioni attraverso gli sguardi, le distanze improvvise, i vuoti dentro le conversazioni. Il lavoro degli attori restituisce con grande delicatezza la stanchezza emotiva di una coppia costretta a ridefinire continuamente il proprio equilibrio. Ne nasce un film intimo e inquieto, attraversato da una malinconia contemporanea che trasforma ogni gesto quotidiano in qualcosa di precario e profondamente umano.

Mer 20 Mag 19:00🌍

Gianni Riccio attraversa il proprio successo come si attraversa una stanza troppo illuminata: con l’impressione costante che qualcosa, prima o poi, finirà per incrinarsi. Volto televisivo amato, uomo abituato al controllo dell’immagine e delle parole, vive immerso in un presente artificiale, rumoroso, dove ogni emozione sembra trasformata in spettacolo. Quando il crollo economico e giudiziario che lo travolge lo costringe a lasciare quella superficie brillante, il ritorno nei luoghi dell’infanzia assume lentamente il tono di un pellegrinaggio interiore. Non è soltanto un ritorno geografico, ma il riaffiorare di un tempo rimasto sepolto: case, odori, piccoli oggetti dimenticati, memorie che smettono di fare paura e tornano a scaldare. In questo spazio sospeso tra vergogna e nostalgia, riemerge anche un amore antico, consumato dal tempo ma mai davvero dissolto, come una melodia che continua a esistere sotto il rumore della vita adulta.

Pupi Avati costruisce un racconto che parla di caduta e redenzione senza mai indulgere nel melodramma. Il film si muove in una malinconia quieta, fatta di silenzi, stanze semibuie, corpi stanchi e dialoghi attraversati da una dolcezza improvvisa. Al centro non c’è tanto la crisi pubblica del protagonista, quanto il lento disfacimento delle sue maschere. Gianni è un uomo che ha passato la vita a interpretare un ruolo, e che ora si ritrova costretto a fare i conti con ciò che resta quando il prestigio, il denaro e la visibilità svaniscono. Il “tepore” evocato dal titolo non riguarda soltanto il ricordo di un ballo o di un amore giovanile, ma una sensazione più profonda: il desiderio umano di essere accolti ancora, nonostante tutto, dentro uno spazio emotivo capace di resistere alla degradazione del tempo.

Avati guarda i suoi personaggi con una compassione severa, mai assolutoria ma profondamente umana. Il suo cinema continua a interrogare l’Italia delle province, delle televisioni urlate, delle occasioni mancate, contrapponendo al cinismo contemporaneo una fragile possibilità di tenerezza. Il regista continua a cercare ciò che il suo cinema ha sempre inseguito: la possibilità che persino nelle vite più compromesse sopravviva ancora una forma minima di grazia.

Gio 21 Mag 15:00🐶🇮🇹

Nel bianco assoluto dell’Antartide, dove il tempo sembra smettere di appartenere al mondo e ogni gesto umano appare minuscolo davanti all’immensità del ghiaccio, una piccola comunità di scienziati vive isolata per mesi dal resto della Terra. È un luogo sospeso, quasi irreale, in cui la ricerca scientifica convive con la solitudine, con la stanchezza emotiva, con il bisogno ostinato di dare senso a ciò che non si riesce ancora a comprendere. Quando Maria arriva nella base Sidera, portando con sé un’intelligenza inquieta e un carattere refrattario a ogni gerarchia, qualcosa nell’equilibrio del gruppo inizia lentamente a incrinarsi. Il suo legame con Fulvio Cadorna, capomissione e figura paterna ambigua, si muove in un territorio fragile fatto di stima, dipendenza, rivalità e affetto trattenuto. Attorno a loro si addensano tensioni sotterranee, desideri di riconoscimento, paure di fallimento, mentre il ghiaccio esterno sembra riflettere quello interiore. Più che raccontare la scienza in senso tradizionale, il film utilizza la ricerca come metafora dell’impossibilità umana di arrivare davvero a una verità definitiva. Lucia Calamaro osserva i suoi personaggi come creature perse dentro un ambiente che amplifica ogni fragilità: i corridoi metallici della base, il silenzio ovattato della neve, le lunghe giornate senza confini netti tra lavoro e vita privata diventano lo spazio mentale in cui si consumano conflitti profondamente emotivi. Il film parla di potere, di bisogno di essere riconosciuti, del rapporto doloroso tra maestri e allievi, ma anche della difficoltà di conciliare l’ambizione intellettuale con la vulnerabilità umana. L’isolamento geografico si trasforma così in isolamento affettivo: nessuno, dentro quella base, sembra davvero capace di raggiungere l’altro fino in fondo.

Lo sguardo della Calamaro conserva una forte matrice teatrale, soprattutto nella centralità data ai dialoghi e ai non detti, ma il cinema le permette di aprire continuamente il racconto verso il vuoto immenso del paesaggio antartico. Silvio Orlando costruisce un personaggio esausto e autorevole insieme, un uomo consumato dal peso della responsabilità e dalla paura di perdere il controllo, mentre Barbara Ronchi restituisce a Maria una tensione nervosa e ostinata che la rende imprevedibile e vulnerabile allo stesso tempo. Il risultato è un film raro nel panorama italiano: non tanto perché ambientato nel mondo della scienza, quanto perché usa quel contesto per interrogare qualcosa di molto più universale, cioè il bisogno umano di lasciare una traccia significativa dentro un universo immenso e indifferente.

Gio 21 Mag 17:00🇮🇹

Per Khaled il mare non è un luogo reale, ma un’immagine lontana, quasi mitologica. Esiste nei racconti, nei telefoni degli altri, nei frammenti di memoria legati a una madre che non ha mai conosciuto davvero. Quando la gita scolastica che dovrebbe finalmente portarlo davanti all’acqua si interrompe al checkpoint, per una questione burocratica tanto assurda quanto crudele, quel desiderio infantile si trasforma improvvisamente in qualcosa di più profondo: una ferita, una presa di coscienza, un bisogno ostinato di attraversare il confine che gli viene imposto. Da quel momento il film segue il suo movimento inquieto dentro una terra frammentata, fatta di muri, controlli, strade percorse clandestinamente e identità continuamente negate. Parallelamente, il padre Rihbi vaga alla sua ricerca, anch’egli sospeso in una condizione precaria, invisibile, costretto a esistere ai margini di uno spazio che non sembra volerlo accogliere.

Shai Carmeli-Pollak costruisce un racconto che conserva la semplicità dello sguardo infantile pur lasciando emergere, in ogni dettaglio, il peso politico della realtà. Il mare diventa allora molto più di una meta: è la promessa di una libertà mai sperimentata, il simbolo di qualcosa che dovrebbe essere naturale e invece appare irraggiungibile. Il film evita il tono apertamente didascalico e preferisce lavorare sull’accumulo silenzioso delle umiliazioni quotidiane, sui piccoli ostacoli burocratici che lentamente deformano l’esistenza delle persone. Tutto è attraversato da un senso di precarietà continua: i personaggi sembrano muoversi in un mondo dove anche il gesto più semplice, prendere un autobus, attraversare una strada, inseguire un sogno minuscolo può trasformarsi in un atto di resistenza.

L’approccio del regista risente profondamente del suo passato documentaristico e del dialogo evidente con certo cinema iraniano e neorealista. Muhammad Gazawi, al suo esordio, porta sullo schermo una presenza straordinariamente concreta: il suo Khaled non è un simbolo astratto, ma un adolescente pieno di rabbia, paura e desiderio. Attorno a lui, il film costruisce una tensione costante tra innocenza e oppressione, tra il bisogno elementare di vedere il mare e la violenza invisibile delle frontiere. È proprio questa sproporzione, tra la semplicità del desiderio e la durezza del mondo, a rendere il film così emotivamente devastante.

Gio 21 Mag 21:30🌍

INFO E ISCRIZIONI QUI: https://www.longtake.it/it/corsi-e-webinar/il-cinema-delle-donne

Seminario sul tema, brunch con il critico e proiezione di un film importante!

 

Un nuovo format targato longtake che comprende un’intera giornata dedicata a… un tema importantissimo della storia del cinema!

Un seminario totalmente dedicato alla storia della regia al femminile: dai primi esempi del cinema muto con Alice Guy per arrivare fino alle grandi autrici contemporanee.

Toccheremo numerosi nomi che hanno fatto grande la Settima Arte – tra cui Agnès Varda e Jane Campion – per ragionare insieme sullo sguardo femminile nel corso della storia del cinema.

Vi aspettiamo quindi per un’intera giornata, in programma domenica 24 maggio, dedicata al cinema delle donne e divisa in tre appuntamenti: la mattina, dalle 10 alle 13, un seminario dedicato al  tema, in cui verranno analizzate varie pellicole di registe attraverso la visione di sequenze fondamentali, arricchendo il seminario con interpretazioni relative alla filmografia delle protagoniste.

A seguire, dalle 13 alle 14, un “brunch con il critico”, per continuare a chiacchierare e discutere insieme della tematica protagonista della giornata.

Dopo pranzo, alle 14.30 la proiezione di Cleo dalle 5 alle 7

Il prezzo del biglietto comprende l’intero pacchetto: seminario, brunch e proiezione!

Dom 24 Mag 10:00