25/09/2026
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Nel 1936 la Palestina è sotto il mandato britannico e nelle campagne, nei villaggi e nelle città cresce una tensione destinata a cambiare il volto del paese. Yusuf è un giovane contadino di Al-Basma che ogni giorno raggiunge Gerusalemme, dove lavora come autista per Amir Atef, facoltoso giornalista, e per sua moglie Khuloud, donna istruita e impegnata nel lavoro di informazione. Diviso tra il mondo rurale in cui è cresciuto e la città, Yusuf entra così in contatto con ambienti sociali e politici molto diversi dai suoi, mentre nel villaggio la protesta contro il dominio britannico e la crescente presenza sionista diventa sempre più forte. Accanto a lui c’è Rabab, giovane vedova che deve occuparsi della figlia e degli anziani genitori. Quando la rivolta prende forma, la Storia irrompe nella vita quotidiana e costringe persone comuni a confrontarsi con un futuro sempre più incerto.
Annemarie Jacir racconta la rivolta araba del 1936-1939 attraverso una narrazione corale, nella quale le vicende private si intrecciano continuamente con i grandi cambiamenti politici. Il film passa dalla campagna alla Gerusalemme degli ambienti più agiati, dal lavoro dei portuali agli scioperi, dalle discussioni degli intellettuali alla vita delle famiglie, restituendo una società attraversata anche da profonde differenze di classe. Mentre la Commissione Peel apre la prospettiva di una spartizione del territorio e la repressione britannica si fa sempre più violenta, le decisioni prese lontano dai villaggi ricadono direttamente sulla vita di chi lavora la terra, sui rapporti familiari e sulle comunità. Il 1936 diventa così il punto in cui tensioni già presenti da tempo cominciano a trasformare irreversibilmente la società palestinese. Al centro rimangono però gli uomini e le donne che cercano di continuare a vivere mentre il mondo intorno a loro cambia. Yusuf è sospeso fra appartenenza e desiderio di emancipazione; Khuloud cerca nella scrittura uno strumento per comprendere e raccontare il proprio tempo; Rabab deve difendere la propria famiglia mentre la violenza entra progressivamente nella quotidianità. Attraverso i loro sguardi, Jacir evita di ridurre la Storia a una semplice successione di eventi politici e la restituisce come esperienza concreta, fatta di paura, responsabilità, legami e speranze.
Dopo Quando ti ho visto e Wajib – Invito al matrimonio, Jacir torna alla memoria palestinese per raccontare un capitolo precedente alla nascita di Israele. Il suo dramma storico conserva l’ampiezza dell’affresco senza perdere l’attenzione per i volti, gli spazi e i gesti quotidiani. Palestine 36 diventa così il ritratto di una comunità colta alla vigilia di una trasformazione profonda: un paese ancora immerso nella propria vita ordinaria, mentre le tensioni del presente cominciano a disegnare un futuro che nessuno dei suoi abitanti può ancora conoscere.
A Tangeri, nel quartiere storico legato alla comunità spagnola, María Ángeles vive da sola nella casa di Calle Málaga in cui ha trascorso gran parte della propria vita. Ha settantanove anni, è vedova, ma la sua non è una solitudine vuota: conosce i vicini, coltiva amicizie, si muove per le strade del quartiere con naturalezza e conserva nei gesti quotidiani il senso di una vita pienamente abitata. L’equilibrio cambia quando la figlia Clara arriva da Madrid e annuncia di voler vendere l’appartamento. Per Clara, divorziata, con figli e alle prese con difficoltà economiche, la casa rappresenta una risorsa necessaria; per María Ángeles è invece qualcosa di molto più profondo, il luogo in cui memoria, affetti e identità si sono sedimentati nel corso degli anni. L’idea di trasferirsi in Spagna o in una struttura per anziani significa per lei rinunciare non soltanto a quattro mura, ma a un intero modo di essere al mondo.
Maryam Touzani crea il conflitto tra madre e figlia senza ridurlo a uno scontro tra ragioni opposte. Clara porta con sé necessità concrete e una propria fragilità, mentre María Ángeles rivendica il diritto di scegliere per sé anche quando la società, e persino chi le vuole bene, sembra considerarla ormai incapace di farlo. Quando la casa viene svuotata, gli oggetti acquistano un peso nuovo: mobili, stoviglie e ricordi diventano frammenti di una vita che rischia di essere dispersa. Da questa perdita nasce una reazione sorprendentemente vitale, una volontà di riappropriarsi del proprio spazio e della propria autonomia. Nel frattempo, attraverso l’incontro con Abslam, antiquario entrato nella sua vita proprio attraverso gli oggetti della casa, si apre una possibilità inattesa: quella di lasciare che il presente torni a essere fatto anche di curiosità, complicità e desiderio.
La casa e la strada che le dà il nome diventano così il cuore emotivo del film, mentre Tangeri emerge come una città stratificata, attraversata da lingue, culture e memorie differenti. Touzani, nata e cresciuta proprio qui, guarda al luogo della propria infanzia senza trasformarlo in uno sfondo esotico: le strade, i negozi, i vicini e i piccoli rituali quotidiani compongono una comunità alla quale María Ángeles sente di appartenere profondamente. È anche attraverso questa dimensione collettiva che il film mette in discussione l’immagine convenzionale della vecchiaia come tempo di rinuncia. María Ángeles continua a cucinare, uscire, incontrare persone, coltivare amicizie e soprattutto desiderare. Il corpo anziano non viene nascosto né trattato come un limite, ma accolto come parte di una vitalità ancora intatta. Al centro di Calle Málaga c’è dunque una domanda semplice e insieme radicale: quanto della propria vita si è disposti a cedere agli altri, anche quando sono le persone amate a chiederlo?
Dopo Il caftano blu, la regista torna a interrogare i legami familiari e il desiderio, spostando però lo sguardo verso una donna anziana che rifiuta di considerare conclusa la propria storia. Ne nasce un racconto sulla casa come memoria, sull’appartenenza come parte dell’identità e sulla possibilità, anche nella terza età, di continuare a scegliere, cambiare e amare.
A Roma, a pochi giorni da Capodanno, Leo e Irene si frequentano da tre mesi, dopo essersi conosciuti quasi per caso, ma non hanno ancora trovato il coraggio di chiedersi cosa siano davvero. Leo è un aspirante attore arrivato da Fucecchio, che nella Capitale si mantiene con lavori precari mentre cerca di costruirsi un futuro; Irene è sceneggiatrice e insegna scrittura. Stanno bene insieme, si piacciono, ma quando arriva il momento di dare un nome alla loro relazione entrambi sembrano preferire rimandare. La sera in cui finalmente decidono di parlarne, la Fiesta di Leo viene rubata sotto casa di Irene. Quello che doveva essere un chiarimento sentimentale si trasforma così in una settimana di commissariati, assicurazioni, uffici, controlli e incontri improbabili, mentre la ricerca dell’auto comincia a mettere alla prova anche il rapporto tra i due.
Niccolò Gentili prende il pretesto di un furto d’auto per raccontare una generazione che sembra arrivata all’età adulta senza sentirsi davvero pronta a diventarlo. Leo e Irene hanno costruito una vita nella grande città, ma davanti alla possibilità di trasformare una frequentazione in una scelta emergono tutte le loro esitazioni. La ricerca della Fiesta diventa allora qualcosa di più di una semplice disavventura: un percorso accidentato attraverso una Roma caotica e imprevedibile, dove anche il problema più concreto può trasformarsi in un’odissea. Mentre cercano di recuperare ciò che hanno perso, i due sono costretti a confrontarsi con una domanda molto più difficile: che cosa significhi davvero scegliere qualcuno e immaginare insieme il proprio futuro. Roma accompagna ogni passaggio della vicenda con il traffico, gli spostamenti e gli ostacoli della vita quotidiana, diventando parte integrante della commedia.
Esordio alla regia di Niccolò Gentili, il film affida a Francesco Carril e Linda Caridi una coppia nella quale il problema non è capire se esista un sentimento, ma trovare il coraggio di riconoscerlo. Giorgio Tirabassi, Sergio Pierattini, Paola Michelini e gli altri interpreti contribuiscono a una galleria di personaggi che accompagna Leo e Irene nelle loro disavventure. Gentili costruisce una commedia romantica nella quale la domanda del titolo finisce per diventare anche quella dei suoi protagonisti: non soltanto dove sia finita una macchina, ma quale direzione prendere quando arriva il momento di smettere di rimandare.
Buenos Aires, 2008. Dopo trentatré anni trascorsi in Italia, Mariano Guerra torna in Argentina per testimoniare al processo contro gli ex militari che lo sequestrarono, torturarono e tennero prigioniero durante la dittatura. Medico, ormai lontano dal Paese e dalla vita di allora, Mariano si ritrova insieme ad altri sopravvissuti negli alloggi del Ministero della Giustizia, in attesa di una deposizione che sembra non arrivare mai. Ma l’attesa è già un ritorno: nei volti di chi ha condiviso la prigionia, nei luoghi che riaffiorano dalla memoria, nei gesti più ordinari, il passato comincia lentamente a occupare il presente. Tornare a Buenos Aires significa così avvicinarsi di nuovo a una parte di sé che Mariano ha cercato per decenni di lasciare indietro. Per lui, però, ricordare non significa soltanto confrontarsi con la violenza subita. Durante la prigionia è stato costretto a collaborare con i propri carcerieri, trascinato dentro quel sistema di ricatto e assoggettamento con cui la repressione trasformava le vittime in strumenti della propria macchina. È una zona d’ombra che il film non cerca di semplificare: Mariano è un sopravvissuto, ma porta con sé anche la vergogna e il senso di colpa per ciò che fu costretto a fare. Il processo diventa allora qualcosa di più di un atto giudiziario. È il luogo in cui una memoria privata, frammentaria e dolorosa, cerca di diventare testimonianza pubblica, mentre il protagonista si misura con la domanda più difficile: che cosa significa essere rimasti vivi?
Marco Bechis racconta questo ritorno attraverso silenzi, volti, attese e spazi apparentemente ordinari che la memoria trasforma in luoghi della storia. Il passato non viene spiegato, ma riaffiora per frammenti, attraverso una narrazione che mette in comunicazione presente e ricordo e lascia che sia il corpo di Mariano a rivelare ciò che le parole non riescono a dire. La violenza non è spettacolarizzata: ciò che interessa al regista è la sua persistenza, il modo in cui continua ad agire nella mente, nelle relazioni e nella percezione di sé molto tempo dopo la fine della prigionia.
A quasi trent’anni da Garage Olimpo, Bechis torna dunque alla ferita della dittatura argentina da una prospettiva diversa: non più il funzionamento quotidiano della repressione, ma ciò che accade a chi ne è uscito vivo. Pur nascendo da una vicenda storica intimamente legata all’esperienza del regista, Mariano non è un alter ego di Bechis, ma un personaggio costruito anche attraverso le testimonianze di altri sopravvissuti. Adriano Giannini ne restituisce la fragilità con un’interpretazione trattenuta, tutta giocata sulla presenza fisica e sui silenzi. Girato tra Torino e Porto Alegre, il film costruisce così una Buenos Aires mentale, fatta di luoghi reali e ricordi che continuano a chiedere di essere attraversati.
Di notte, sui tetti di Tel Aviv, ventiquattro voci anonime raccontano dall’interno il funzionamento di un apparato militare e tecnologico impiegato nelle operazioni israeliane a Gaza dopo il 7 ottobre 2023. Sono membri dell’intelligence e dell’esercito, intervistati con volti e identità protetti, e le loro testimonianze ricostruiscono una catena fatta di sorveglianza, intercettazioni, raccolta di dati, sistemi automatizzati e individuazione degli obiettivi. Non c’è un protagonista individuale: il vero personaggio di NAZA è il sistema stesso, osservato attraverso coloro che ne hanno occupato ruoli diversi e che descrivono il proprio lavoro con gradi differenti di distanza, disagio o consapevolezza. Al centro emerge anche il termine che dà il titolo al film, utilizzato nell’apparato d’intelligence per indicare il numero previsto di vittime civili associato a un attacco: una parola tecnica che rivela quanto il linguaggio della guerra possa trasformare la vita umana in una variabile del calcolo.
Yuval Abraham e Rachel Szor trasformano così anni di giornalismo investigativo in un racconto cinematografico sulla distanza fra una decisione e le sue conseguenze. Le testimonianze procedono per accumulo, aggiungendo ogni volta un elemento alla ricostruzione di una macchina nella quale l’individuo può percepirsi come un piccolo ingranaggio. La questione non riguarda soltanto la tecnologia, ma il modo in cui dati, procedure e numeri possono modificare la percezione di chi si trova dall’altra parte dello schermo. Il film osserva la progressiva traduzione delle persone in informazioni operative e interroga il rapporto fra responsabilità individuale, obbedienza e struttura collettiva, lasciando emergere una domanda più ampia: come può un sistema rendere ordinaria un’azione dalle conseguenze tanto estreme? La scelta visiva è radicalmente essenziale. I tetti di Tel Aviv, ripresi nella notte, diventano il luogo fisico e simbolico delle conversazioni: sullo sfondo una città illuminata continua la propria vita quotidiana, mentre nelle voci degli intervistati prende forma il racconto di ciò che accade a Gaza. Finestre accese, televisori e frammenti della vita domestica costruiscono un controcampo silenzioso alle testimonianze. Gaza rimane in gran parte fuori dall’immagine e proprio questa assenza acquista forza: la violenza viene evocata attraverso parole, silenzi e informazioni, senza affidarsi allo shock delle immagini di distruzione. I volti oscurati e le voci alterate accentuano inoltre la sensazione di trovarsi davanti a una memoria collettiva più che a singole confessioni. Come spiegano gli stessi registi, il film vuole interrogare non soltanto ciò che viene detto, ma anche ciò che rimane non detto, facendo del silenzio una parte essenziale della sua messa in scena.
Nato dalle inchieste realizzate negli ultimi anni da The Guardian, +972 Magazine e Local Call, NAZA porta nel cinema la materia del giornalismo investigativo senza rinunciare alla complessità delle testimonianze anonime. Dopo No Other Land, Yuval Abraham e Rachel Szor spostano lo sguardo dalla realtà osservata nei territori palestinesi alla società israeliana e agli apparati che operano a distanza. Il risultato è un documentario costruito sulla sottrazione: pochi luoghi, nessuna spettacolarizzazione, molte voci e una città che continua a brillare sullo sfondo. Presentato in concorso alla Mostra di Venezia 2026, dove ha ricevuto il Premio Speciale della Giuria, il film trasforma il buio dei tetti di Tel Aviv in uno spazio di ascolto e confronto, interrogando il rapporto fra tecnologia, potere e responsabilità attraverso ciò che gli uomini raccontano e ciò che ancora faticano a dire.
Incontro con regista
Edo (Lorenzo Pedrotti) è un aspirante attore di 34 anni che vive in una piccola città di provincia nel Nord Italia. Lavora principalmente come fattorino e le poche audizioni che riesce a ottenere lo lasciano insoddisfatto. Un giorno viene a conoscenza del “caso Trotta”, la storia di un uomo che afferma di essere stato rapito dagli alieni negli anni Settanta: Edo si metterà in viaggio per intervistare l’uomo e scoprire il significato degli strani sogni che lo tormentano.
Tranquility Base è il nome assegnato dall’astronauta statunitense Neil Armstrong al luogo di allunaggio dell’Apollo 11. Ed è sul suo metaforico significato di stasi e silenzio assoluto che si snoda il film di Lorenzo Pedrotti, esordiente alla regia e già attore in numerosi lungometraggi, tra cui Tutti i soldi del mondo di Ridley Scott e Diabolik dei Manetti Bros. L’indagine di un attore disilluso, deciso a scoprire la verità dietro un misterioso rapimento da parte di extraterrestri, si trasforma così in una ricerca della propria coscienza identitaria, in cui la rarefatta sospensione tra sogno e veglia viene enfatizzata dal paesaggio alieno di una amena provincia italiana: luoghi sospesi, grigi, ambigui, respingenti e al tempo stesso estremamente affascinanti che diventano parte integrante della narrazione. Fabrizio Ferracane (Anime nere, Il traditore, Ariaferma) è Tranquillo Trotta. Nel cast anche Yile Vianello (Corpo celeste, La chimera) e Claudio Spadaro (Io, Chiara e lo scuro, Un tè con Mussolini).
Per anni Benjamin Netanyahu ha costruito la propria immagine pubblica attraverso comizi, conferenze stampa e apparizioni televisive. In The Bibi Files, Alexis Bloom sceglie invece di osservarlo lontano dal palcoscenico, seduto davanti agli investigatori della polizia israeliana durante gli interrogatori legati alle indagini sulla corruzione. Le registrazioni, realizzate soprattutto fra il 2016 e il 2018, mostrano Netanyahu, la moglie Sara, il figlio Yair, collaboratori ed ex collaboratori alle prese con domande su regali, rapporti personali, interessi economici e legami con uomini d’affari e figure del mondo dell’informazione. Al centro ci sono i tre procedimenti conosciuti come Case 1000, 2000 e 4000, che riguardano rispettivamente i rapporti con alcuni facoltosi imprenditori, le conversazioni con l’editore Arnon Mozes e il rapporto fra Netanyahu, il gruppo Bezeq e il sito Walla!. Netanyahu ha respinto le accuse e si è dichiarato non colpevole. A partire dalla vicenda giudiziaria, il film allarga progressivamente lo sguardo alla rete di relazioni che circonda il primo ministro. I regali ricevuti dalla famiglia, i rapporti con uomini d’affari come Arnon Milchan e James Packer, il ruolo dei media e le testimonianze di persone vicine a Netanyahu diventano tasselli di una storia più ampia, nella quale dimensione privata e potere politico finiscono continuamente per sovrapporsi. La famiglia assume così un ruolo centrale: non soltanto il contesto personale del leader, ma un ambiente attraverso cui osservare la costruzione e la difesa della sua immagine pubblica. Il contrasto più forte è quello fra il Netanyahu conosciuto attraverso le telecamere e l’uomo seduto nella stanza degli interrogatori, costretto a confrontarsi con domande precise, ricordi e contestazioni.
Il cuore del documentario sono oltre mille ore di registrazioni, ricevute nel 2023 dal produttore Alex Gibney attraverso una fonte anonima. Bloom le intreccia con immagini d’archivio e interviste a giornalisti, ex collaboratori e figure politiche, trasformando un vasto materiale investigativo in un racconto sul rapporto fra potere, famiglia e informazione. La stanza dell’interrogatorio, anonima e quasi claustrofobica, diventa il contrappunto alle immagini pubbliche del premier: uno spazio in cui il linguaggio della politica lascia posto alle esitazioni, alle risposte e alla necessità di difendere la propria versione dei fatti. È proprio questa distanza fra il personaggio pubblico e l’uomo osservato lontano dal proprio pubblico a guidare lo sguardo della regista.
La vicenda si estende infine al presente, alla crisi politica e istituzionale israeliana e agli eventi successivi al 7 ottobre 2023, fino alla guerra a Gaza. Il film interpreta il rapporto fra i problemi giudiziari di Netanyahu, la sua permanenza al potere e alcune delle successive scelte politiche, proponendo una lettura sostenuta dagli autori e dagli intervistati. Bloom, già interessata al rapporto fra potere e costruzione dell’immagine, evita così il ritratto del leader isolato e concentra l’attenzione sulla rete di persone, interessi e istituzioni che lo circonda. Da una stanza d’interrogatorio alla scena politica contemporanea, The Bibi Files osserva il potere nel momento in cui la sua immagine pubblica viene messa a confronto con ciò che accade dietro le porte chiuse.
INFO E ISCRIZIONI QUI: https://www.longtake.it/it/corsi-e-webinar/focus-on-il-cinema-d-animazione
Seminario sul tema, brunch con il critico e proiezione di un film importante!
Un nuovo format targato longtake che comprende un’intera giornata dedicata a… un tema importantissimo della storia del cinema!
Un seminario di cinema dedicato alla storia del cinema d’animazione, dalle origini fino ai giorni nostri!
Vi aspettiamo quindi per un’intera giornata, in programma domenica 4 ottobre, dedicata alla storia del cinema d’animazione e divisa in tre appuntamenti: la mattina, dalle 10 alle 13, un seminario dedicato all’evoluzione degli stili animati, ai movimenti più rappresentativi della storia della Settima Arte e alle autrici e agli autori che hanno reso quest’arte semplicemente immortale.
A seguire, dalle 13 alle 14, un “brunch con il critico”, per continuare a chiacchierare e discutere insieme del tema della giornata.
Dopo pranzo, alle 14.30 la proiezione di Persepolis
Il prezzo del biglietto comprende l’intero pacchetto: seminario, brunch e proiezione!
Per gli iscritti è inclusa tessera associativa annuale del valore di 5€, valida per tutto il 2026, necessaria per accedere a Il Cinemino.
L’appuntamento è presso Il Cinemino a Milano. Per tutti gli iscritti, il seminario sarà poi disponibile in versione registrata!
🟥 Per passare una domenica insieme a pensare, parlare e ammirare il cinema di animazione




