Antonio ed Estrella sono fratello e sorella, legati da una vita trascorsa a guardare il mare come un luogo di lavoro, di sopravvivenza e di appartenenza. Nelle acque del sud della Spagna hanno imparato a conoscersi, a proteggersi e a dipendere l’uno dall’altra molto più di quanto siano disposti ad ammettere. Quando una situazione sempre più difficile mette in discussione il fragile equilibrio delle loro esistenze, i due si trovano costretti a compiere scelte che li trascinano fuori dalla routine quotidiana e li obbligano a confrontarsi con paure, desideri e ferite rimaste aperte per anni. Mentre il mare continua a rappresentare l’unico luogo in cui tutto sembra avere ancora un ordine, sulla terraferma ogni certezza comincia lentamente a vacillare.

Al centro del film c’è il rapporto intenso e contraddittorio tra due persone che si amano profondamente ma che, proprio per questo, faticano a lasciarsi andare. Antonio vive attraverso l’istinto e l’impulso, inseguendo continuamente una forma di riscatto che sembra sfuggirgli; Estrella, più silenziosa e razionale, porta dentro di sé il peso di un passato che continua a influenzare ogni scelta. Alberto Rodríguez osserva questa relazione come una forza capace tanto di sostenere quanto di imprigionare, trasformando il legame familiare in una riflessione sul bisogno di appartenenza, sul senso di responsabilità e sulla difficoltà di emanciparsi dalle persone che definiscono la nostra identità.

Con la sua fotografia attraversata dalla luce del porto, dagli spazi industriali e dall’immensità del mare aperto, il film costruisce un’atmosfera tesa e malinconica in cui il noir si intreccia costantemente al melodramma. Rodríguez dirige i suoi protagonisti con straordinaria sensibilità, lasciando che siano i corpi, gli sguardi e i silenzi a raccontare ciò che le parole non riescono a esprimere. Ne nasce un’opera intensa e profondamente umana, che utilizza il genere per parlare di affetti, fragilità e del prezzo che spesso siamo disposti a pagare per chi amiamo.

Ven 12 Giu 17:00🌍

Per Raúl, regista affermato ma da tempo incapace di trovare una nuova storia da raccontare, la vita sembra essersi fermata in una zona d’ombra fatta di dubbi, ricordi e inquietudini mai del tutto elaborate. Quando una delle persone più importanti della sua quotidianità decide di allontanarsi, lasciandolo improvvisamente solo con sé stesso e con il proprio blocco creativo, Raúl prova a ritrovare un senso tornando a scrivere. Ma come spesso accade agli artisti, l’ispirazione non nasce dal nulla: affonda le radici nelle relazioni, negli affetti e nelle ferite che abitano la realtà. Mentre prende forma una nuova sceneggiatura, i confini tra vita vissuta e finzione diventano sempre più sfumati, trasformando il processo creativo in un viaggio emotivo attraverso desideri, paure e fragilità che non possono più essere ignorati.

Più che raccontare una crisi artistica, Amarga Navidad esplora il rapporto tra la creazione e la memoria, tra ciò che scegliamo di raccontare e ciò che continuiamo a nascondere. I personaggi sembrano muoversi dentro una rete di legami complessi, sospesi tra amore, perdita e bisogno di comprensione. La morte, il trascorrere del tempo e la difficoltà di accettare la trasformazione delle persone amate attraversano il film come presenze silenziose ma costanti. Pedro Almodóvar osserva questi sentimenti con uno sguardo intimo, trasformando la scrittura stessa in una forma di ricerca esistenziale, in cui ogni storia raccontata finisce inevitabilmente per rivelare qualcosa di chi la inventa.

Attraverso colori vibranti, ambienti ricchi di contrasti e personaggi che sembrano portare sulla pelle le emozioni del loro autore, Almodóvar torna a riflettere sui temi che attraversano gran parte del suo cinema. Ma qui lo fa con una tonalità più malinconica, quasi contemplativa, interrogandosi sul significato della creazione artistica quando il tempo comincia a pesare sulla memoria e sul corpo. Il risultato è un’opera stratificata, in cui realtà e immaginazione si rincorrono continuamente, dando forma a una riflessione profonda sulla vulnerabilità, sul desiderio e sul bisogno umano di lasciare una traccia di sé attraverso le storie.

Sab 13 Giu 19:00🌍

La maternità arriva come una promessa di felicità e, insieme, come un territorio sconosciuto da attraversare. Ángela e Héctor attendono una figlia, immaginano il futuro, condividono aspettative e paure che appartengono a ogni coppia. Eppure, per Ángela, donna sorda abituata a muoversi tra mondi che raramente comunicano davvero tra loro, questa nuova fase della vita apre interrogativi ancora più profondi. Nelle stanze della casa, nei rapporti familiari, nelle conversazioni quotidiane, emerge lentamente la sensazione di trovarsi davanti a qualcosa che sfugge alle parole. Il film accompagna questo passaggio con straordinaria delicatezza, seguendo il modo in cui una donna cerca di ridefinire il proprio posto all’interno della famiglia e del mondo. Più che raccontare una storia, l’opera invita a condividere una percezione. I silenzi, gli sguardi, i tempi dell’attesa e le piccole incomprensioni quotidiane diventano la materia stessa del racconto. La macchina da presa osserva il volto della protagonista mentre attraversa emozioni spesso difficili da nominare: la gioia, la paura, il senso di esclusione, il desiderio di vicinanza, la fatica di sentirsi compresa. La sordità non viene mai ridotta a tema o simbolo, ma rappresentata come una condizione concreta che influenza il modo di abitare le relazioni. In questa dimensione intima emergono riflessioni universali sulla maternità, sull’appartenenza e sulla necessità di essere riconosciuti dagli altri senza dover rinunciare a ciò che si è.

Eva Libertad adotta uno sguardo di straordinaria sensibilità, costruendo un film che sembra nascere dall’esperienza vissuta prima ancora che dall’osservazione. Miriam Garlo offre un’interpretazione intensa e misurata, fatta di dettagli minimi, esitazioni e improvvise aperture emotive. Il risultato è un’opera che trova nella semplicità apparente la propria forza più profonda, trasformando l’esperienza privata di una donna in una riflessione delicata e universale sulla comunicazione, l’amore e il bisogno di sentirsi parte del mondo.

Ven 12 Giu 21:00🌍

Naru attraversa Kabul con la sicurezza di chi ha imparato a difendere ogni centimetro della propria libertà. È una donna che lavora, cresce un figlio, affronta il giudizio costante degli altri e continua a occupare spazi che molti vorrebbero negarle. La città che la circonda è rumorosa, imprevedibile, attraversata da una vitalità che convive con la paura. Tra strade affollate, redazioni televisive, caffè e quartieri segnati dall’incertezza, la sua quotidianità diventa il terreno su cui si misurano desideri personali e tensioni collettive. Quando il lavoro la porta a condividere il tempo con un noto giornalista, emergono gradualmente nuove possibilità di confronto, attrazione e comprensione reciproca. Ma attorno a loro il mondo continua a cambiare, e il futuro sembra ogni giorno più fragile. Il film osserva con rara naturalezza la distanza che separa uomini e donne in una società costruita attorno a regole spesso invisibili eppure onnipresenti. Non lo fa attraverso il tono della denuncia, bensì seguendo il ritmo concreto della vita quotidiana: una battuta apparentemente innocua, uno sguardo, una decisione presa senza consultare chi ne subirà le conseguenze. In questo modo il racconto restituisce tutta la complessità di una realtà in cui la discriminazione è radicata nei gesti più ordinari. Eppure, accanto alla rabbia e alla frustrazione, trovano spazio l’ironia, il desiderio, l’amicizia e la possibilità di immaginare relazioni diverse. È proprio questa convivenza tra leggerezza e inquietudine a dare al film una forza particolare, trasformandolo in un ritratto umano prima ancora che politico.

Lo sguardo di Shahrbanoo Sadat evita qualsiasi esotismo e qualsiasi mediazione esterna. Kabul appare come una città vissuta dall’interno, osservata con affetto, lucidità e senso critico. La macchina da presa si muove tra colori vivaci, spazi affollati e improvvisi momenti di intimità, restituendo la sensazione di una realtà pulsante e contraddittoria. La regista costruisce così un racconto profondamente contemporaneo, in cui la ricerca di autonomia di una donna diventa il riflesso di un’intera società sospesa tra speranza e minaccia, cambiamento e resistenza.

Ven 12 Giu 19:00🌍

Ci sono luoghi che sembrano costruiti per proteggere il privilegio dalla realtà del mondo. Nel sud della Francia, dentro una villa elegante immersa nella luce estiva, la famiglia Trousselard trascorre le vacanze coltivando l’illusione di un equilibrio raffinato, fatto di rituali borghesi, sicurezza economica e distanze sociali perfettamente codificate. Ma basta un incidente banale, quasi ridicolo nella sua casualità, perché quella superficie impeccabile inizi lentamente a incrinarsi. I rapporti tra i proprietari della villa e i custodi della tenuta si trasformano allora in una guerra sotterranea fatta di rancori, umiliazioni, desideri di rivalsa e manipolazioni reciproche. Ogni gesto quotidiano, ogni parola apparentemente innocua, comincia a caricarsi di tensione, mentre il confine tra commedia e crudeltà si fa sempre più instabile. Il film segue questa deriva con un tono inquieto e grottesco, osservando personaggi incapaci di riconoscere davvero l’umanità degli altri e continuamente impegnati a difendere il proprio posto nella gerarchia sociale. Sotto la leggerezza estiva e il tono da farsa corrosiva emerge il ritratto di una società ossessionata dalla classe, dall’apparenza e dal bisogno di dominio. Cordier mette in scena un microcosmo dove tutti sembrano recitare un ruolo: il grande avvocato progressista ma profondamente arrogante, l’ex attrice aggrappata alla propria immagine, i domestici che trasformano il risentimento in strategia di sopravvivenza, i figli che ereditano inconsapevolmente le stesse tensioni dei genitori. Nessuno appare davvero innocente e il film evita continuamente di offrire punti di vista rassicuranti. Più il conflitto cresce, più le relazioni si svuotano di autenticità, lasciando emergere un universo emotivo dominato dall’egoismo, dalla paura di perdere il controllo e dalla difficoltà di costruire legami che non siano basati sul potere. Anche gli spazi della villa, inizialmente luminosi e accoglienti, finiscono per assumere qualcosa di opprimente, quasi teatrale, come se ogni stanza custodisse una forma latente di violenza.

Gli attori costruiscono figure volutamente ambigue, incapaci di suscitare piena empatia ma irresistibili nel loro bisogno disperato di affermarsi sugli altri. Anche il tono oscilla continuamente tra il ridicolo e il tragico, lasciando che il film assuma la forma di una satira feroce sulla borghesia contemporanea e sulle sue contraddizioni più profonde. Ne emerge un racconto corale attraversato da un’inquietudine sottile, dove il privilegio non produce felicità ma soltanto nuove forme di paura, isolamento e conflitto.

Ven 12 Giu 15:00🐶🇮🇹

Genova, estate. Le strade sono attraversate da migliaia di persone provenienti da paesi, culture e storie diverse. Alcuni inseguono un ideale politico, altri cercano semplicemente di comprendere ciò che sta accadendo. C’è chi documenta, chi manifesta, chi osserva, chi spera di contribuire a un cambiamento. In questa moltitudine di voci e presenze si muovono i protagonisti del film, individui molto diversi tra loro che condividono, spesso senza saperlo, la stessa sensazione di trovarsi dentro un momento destinato a lasciare un segno. L’energia collettiva che attraversa la città si accompagna progressivamente a un clima di tensione crescente, mentre la fiducia nelle istituzioni e nelle regole democratiche sembra incrinarsi sotto il peso degli eventi. Il racconto procede come una lenta immersione in un’atmosfera sempre più cupa e opprimente. Non ci sono eroi né figure simboliche incaricate di rappresentare una verità assoluta. Il film preferisce seguire uomini e donne comuni, mostrando le loro paure, le loro convinzioni, la loro vulnerabilità. Attraverso questo mosaico umano prende forma una riflessione sulla fragilità dei diritti, sul rapporto tra individuo e potere, sulla memoria come strumento necessario per comprendere il presente. Ogni volto porta con sé una prospettiva diversa, ma tutti vengono progressivamente avvolti dalla stessa sensazione di smarrimento e impotenza.

Daniele Vicari affronta una delle pagine più controverse della storia italiana recente con uno sguardo rigoroso e profondamente umano. La scelta di costruire una narrazione corale permette di restituire la complessità di un evento che ha segnato una generazione e continua a interrogare la coscienza collettiva del paese. La regia rinuncia a qualsiasi enfasi superflua e punta invece a una tensione costante, alimentata dalla concretezza dei corpi, degli spazi e delle emozioni. Ne emerge un film duro e necessario, capace di trasformare la memoria storica in esperienza viva e condivisa.

Lun 15 Giu 19:00🇮🇹
Mar 16 Giu 21:00🇮🇹

In un’America sospesa tra il fascino del jazz e le ombre del proibizionismo, due musicisti si ritrovano improvvisamente costretti a reinventare se stessi. Quella che all’inizio appare come una fuga rocambolesca si trasforma presto in un viaggio inatteso attraverso identità mutevoli, desideri inconfessati e incontri destinati a cambiare il loro sguardo sul mondo. Tra vagoni ferroviari affollati di musica, alberghi affacciati sull’oceano e notti illuminate da orchestre e sogni di riscatto, il film costruisce un universo in cui la leggerezza della commedia convive costantemente con una sottile nostalgia. Al centro della storia non ci sono soltanto gli equivoci e le maschere, ma il desiderio profondamente umano di trovare un luogo in cui sentirsi finalmente liberi.

Billy Wilder utilizza il travestimento come una porta d’accesso a qualcosa di sorprendentemente moderno. Dietro il meccanismo perfetto della comicità emerge una riflessione delicata sull’identità, sulle convenzioni sociali e sul modo in cui ciascuno costruisce l’immagine di sé. I personaggi si muovono in un continuo gioco di specchi, scoprendo gradualmente aspetti inattesi della propria sensibilità e dei propri desideri. Il film osserva tutto questo con una leggerezza che non è superficialità, ma straordinaria capacità di cogliere la complessità della natura umana senza rinunciare al piacere del racconto.

La fotografia in bianco e nero conferisce alle immagini una qualità sospesa, quasi fuori dal tempo, mentre la regia orchestra con precisione assoluta il ritmo delle situazioni e delle emozioni. Al centro di questo universo brilla la presenza di Marilyn Monroe, figura insieme luminosa e malinconica, capace di incarnare un desiderio che va ben oltre il mito. Accanto a lei, Jack Lemmon e Tony Curtis trasformano ogni gesto e ogni battuta in una continua esplorazione delle possibilità offerte dalla commedia. Più che un semplice classico hollywoodiano, A qualcuno piace caldo resta un film che parla con sorprendente modernità della libertà di essere, di apparire e di trasformarsi.

Lun 15 Giu 21:30🌍

INCONTRO CON OSPITI

Il film narra, attraverso i racconti di chi gli è stato vicino, la storia del fotografo riminese Marco Pesaresi (1964-2001) per restituire alla memoria collettiva la figura di un artista di rara sensibilità, capace di fondere nei suoi scatti realtà e introspezione. Attraverso testimonianze di familiari, amici e colleghi, Il granchio nudo ripercorre la vita e il percorso artistico di Pesaresi — dalle prime esperienze a Rimini alla collaborazione con l’agenzia fotografica Contrasto, fino ai suoi viaggi in giro per il mondo. Anima tormentata abitata dal genio Pesaresi, nonostante il successo e un talento ampiamente riconosciuto, si suicida a soli 37 anni lanciandosi con l’auto in mare. Quale forza comunicativa sanno esprimere, ancora oggi, i suoi scatti?

Mer 17 Giu 21:00🇮🇹

Giugno 2026

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