Sono passati quarantacinque anni da quando Paul Schrader scrisse quella che ad oggi rimane una delle migliori sceneggiature della Storia del Cinema: Taxi Driver. E a quarantacinque anni di distanza lo sceneggiatore e regista statunitense torna su quei temi che, a ben guardare, non hanno mai smesso di popolare il suo mondo cinematografico. Lo fa con Il Collezionista di Carte, presentato in Concorso a Venezia 78 e in sala da 3 settembre. Protagonista un altro anti-eroe alienato, William Tell – un inedito Oscar Isaac -, ex veterano finito in carcere per le torture ai prigionieri di Abu Ghraib diventato un giocatore di poker che vive alla giornata passando di Casinò in Casinò, di giocata in giocata.

Prodotto da Martin Scorsese, con cui Schrader torna a collaborare ad oltre vent’anni di distanza da Al di là della vita, Il Collezionista di Carte è la storia di un’anima persa in cerca di redenzione in cui il poker è il mezzo per raccontare un conflitto, quello sulla giustizia ricevuta e meritata. Per farlo Schrader introduce il personaggio di Cirk (Tye Scheridan), figlio di un soldato morto suicida con cui William aveva “lavorato” ad Abu Ghraib e in cerca di vendetta nei confronti del Maggiore John Gordo (Willem Dafoe), reo ai suoi occhi della morte del padre ed unico a non aver pagato per i crimini di guerra di cui si erano macchiati.

E se il poker è tutto basato sull’attesa, anche Il Collezionista di Carte si prende il suo tempo muovendosi lentamente, come se Schrader non avesse fretta di arrivare all’inevitabile resa dei conti. Perché più che lo scontro al regista interessa il percorso del suo protagonista, immobile in una vita che continua a ripetersi sempre uguale, circolare, scandita da ritmi e rituali che non cambiano mai fino a quando Cirk non spezza quell’equilibrio e lo costringe a guardare a quel passato con il quale non aveva fatto i conti.

Il Collezionista di Carte però ribadisce la maestria di Schrader nel saper costruire personaggi isolati, persi e che trovano una missione per la quale sacrificarsi in nome di quello che credono essere un bene maggiore. La sua regia è controllata, elegante, suggestiva e le musiche di Robert Levon Been e Giancarlo Vulcano donano al film un’atmosfera rarefatta amplificata dal montaggio di Benjamin Rodriguez Jr. Se per il Travis Bickle di Robert De Niro era il Vietnam, il William Tell di Oscar Isaac deve fare i conti con i fantasmi della Guerra in Iraq rendendo il film di Schrader quanto mai attuale con un’America che si ritrova con le macerie morali, sociali ed economiche di un altro conflitto, quello della Lunga Guerra, sotto gli occhi. (Manuela Santacatterina – hotcorn.it)